BENE-DIRE per BENE-ESSERE

BENE-DIRE per BENE-ESSERE

Il linguaggio come cura  del corpo e dell’anima

Goethe si chiede e ci chiede “cosa c’è di più grandioso della Luce ? La lingua.” Con il linguaggio entriamo in relazione con gli altri, ci esprimiamo e il linguaggio è la manifestazione più alta di me. L’intero contenuto della nostra anima senziente, desideri, volontà, richieste, emozioni vengono rese manifeste dalla parola. Il contatto con il nostro corpo e con il suo sentire  ci porta a muoverci nello spazio con qualità diverse che sono espresse nelle emozioni. Dar voce alle emozioni produce suoni  che la parola rende manifesti (toccato con la mano), comunicabili (reso comune)e comprensibili (inteso, compreso con l’intelletto).

La parola nel bambino inizia con il suo staccarsi dalla terra, per elevarsi verso il cielo. La Bibbia ci dice che nostro compito evolutivo è passare da essere uomo del sesto giorno (stadio animale) a Uomo del settimo giorno, l’uomo che non china la testa ma è eretto (12 vertebre dorsali ben allineate). E noi vediamo bene come i bambini sanno stare eretti … e quanti adulti perdono questa rettitudine.

Il Verbo si fa carne, la parola si incarna nel nostro corpo e da questo  possiamo dedurre quanta importanza ha la parola per la nostra salute e la salute del mondo. Vi rimando per questo all’esperienza di Masaru Emoto con i cristalli d’acqua.

Da quando esiste il linguaggio esiste anche il linguaggio dei sintomi e possiamo dire che il nostro linguaggio è psicosomatico, cioè ci mostra questa relazione tra corpo e anima, tra cielo e terra. Ci racconta di emozioni, sintomi e organi, dobbiamo riscoprirlo e avere fede nella sua   veridicità, prenderlo sul serio.

Espressioni come “essere accecato dall’ira” , “ il cuore mi scoppia”, “ farsela sotto dalla paura”, e tantissime altre ci raccontano di emozioni, localizzazioni corporee e sintomi . Per chi conosce la teoria dei 5 elementi della medicina cinese vi trova delle corrispondenze interessanti. Per esempio l’espressione “farsela sotto dalla paura “   ci dice che una manifestazione della paura è il perdere urina e feci” . La paura è correlata all’acqua, ai reni e vescica urinaria, al freddo etc

La dott. ssa G. Mereu, ideatrice della terapia verbale, ha incentrato la diagnosi e la cura sulla base di questo linguaggio psicosomatico e sulle metafore che il paziente usa per descrivere i suoi sintomi, le sensazioni corporee e il suo stato emotivo. L’ascolto di eventuali simbolismi, analogie e metafore sono da guida per comprendere dove sta la persona, per aiutarla attraverso lo stesso linguaggio, metaforico, simbolico e immaginativo a ritrovare il centro di se stessa.

Ritorna qui la domanda “Adamo dove sei?

Questo linguaggio è arricchito di allusioni al linguaggio collettivo del popolo: proverbi, modi di dire, canzonette, slogan televisivi, filastrocche, slogan pubblicitari, miti ecc.  Nella terapia verbale come nell’approccio di Dahlke alla malattia il simbolo, syn-ballein –mettere insieme, ci informa, ci parla ma la decodificazione e comprensione di questo linguaggio non compete al cervello razionale ma è di pertinenza dell’emisfero sinistro, il cervello analogico, immaginativo, artistico. La Mereu  dice “ nella terapia verbale applico il ragionamento analogico. Questo ragionamento non appartiene alla logica come spiega l’etimologia della parola: analogica vuol dire senza logica, senza ragionamento. Appartiene al sentimento. Questo vuol dire che dalle parole del paziente, in particolare da una “parola chiave” io arrivo al sentimento che il paziente desidera esprimere. Queste “parole chiave” sono legate tutte quante dall’emozione che è alla base del problema che ha causato la malattia.”Tv 10)

Già Prentice Mulford nell’800, pensatore eclettico e fondatore del nuovo pensiero, il pensiero positivo ci richiama al valore della parola e del pensiero. Il suo motto è “ things are chose” , il pensiero e la parole che lo esprimono sono cose, hanno un peso e si materializzano. La Bibbia a questo proposito ci dice che Dio è il Verbo e il Verbo si fa Carne, da questo possiamo dedurre che i pensieri-parole da noi espresse si incarnano e se i pensieri-parole sono bene – detti producono ben – essere se sono male – dette,  producono mal – essere.

Il dott. Schoenemann non si stancava mai di dirci “cura la parola che la parola ti cura” e ci esortava ad essere chiari, precisi, e usare le parole giuste per esprimere quello che pensavamo. L’esempio che ci faceva era con la parola “contento” . “ voi usate contento per tutto, senza sapere il significato di questa parola. La usate al posto di soddisfatto, di felice, di beato, di pago, di lieto, ma ognuna di queste parole ha un preciso significato, un suo suono, una sua energia.  Contento, Part. Pass. di continere   contenere , trattenere entro certi limiti . Contento è chi si contiene entro certi limiti  ( dizionario etimologico Zanichelli) cum- tenere, tenuto insieme. Chi è diviso tra due opzioni, due alternative si sente in tensione, deve operare una scelta. Solo così può ricomporre questa divisione, lacerazione e riuscire a sentirsi nuovamente intero, Uno .

Tutte le volte che la parola perde la sua natura espressiva e viene ridotta a strumento si allontana dalla verità , perché perdendo la sua natura di simbolo e venendo ridotta a puro segno la parola viene svilita e produce associazioni sterili e automatiche perdendo la caratteristica di chiave che apre a mondi possibili.

Per cui tanto più la parola è fedele e ci risuona dentro, tanto più questa vibrazione ci vivifica.

Ho potuto verificare come questo che chiamo “rispecchiamento sonoro o vocale” è importante con le persone, ma soprattutto con bambini piccoli e piccolissimi che non comprendono  le parole ma sono sensibili all’energia – vibrazionale che la parola esprime.

Racconto un episodio che mi è capitato con un bambino di 18 mesi, Simone.

Siamo a settembre, periodo di inserimento all’Oasi Maredana, custodia educativa che mette al centro il bambino come guida e maestro per l’adulto che ha smarrito se stesso, per  ognuno  di noi che vuole ri-diventare bambino per avere accesso al paradiso.

Simone piange molto  ogni volta che lascia la mamma. Passano i giorni, le settimane e questo pianto ha sempre la stessa intensità e modalità. Gli altri bambini hanno superato questa fase e dopo il dispiacere a staccarsi dalla mamma, si mettono a sgambettare nella sala dei giochi. Simone piange molto  e per molto tempo, lo teniamo in braccio parlandogli e rispecchiando, quello che per la nostra esperienza ci sembrava potesse sentire in quei momenti. Ogni nostro rispecchiamento del suo sentire interiore, dispiacere, dolore, timore, ecc non sortisce alcun effetto.

Mentre pronunciavo le frasi del tipo” sei tanto dispiaciuto che la mamma sia andata via”, “sei preoccupato, la mamma torna!  La mamma viene a prendere Simone..” io stesso sentivo che non era la parola che rifletteva il suo stato d’animo. Non era la parola giusta e io non ero in empatia con lui. Qualcosa mi impediva di sintonizzarmi” Non lo consolava l’essere tenuto in braccio, la rassicurazione “la mamma va e poi torna “ accompagnata dal gesto … l’offerta di oggetti. Il cantare qualche canzoncina, anzi tutto questo lo stizziva. Respingeva con rabbia, o piangeva più forte. Ci confrontavamo tra colleghe per comprendere cosa potesse far soffrire così Simone.

Un giorno sentendo la mia impotenza, il dispiacere e lo sconforto, ho guardato Simone e mi è uscito “ Simone, sei proprio inconsolabile”. Mi ha guardato fermando il pianto. Io ho ripetuto lentamente la parola per vedere se la parola   i n c o n s o l a b i l e  aveva fatto la magia e Simone di tutta risposta mi ha fatto un sorriso che ho interpretato con “ finalmente ci sei arrivata! Ora che hai compreso non mi sento più solo e mi sento visto e riconosciuto “.

La parola che risuona, rispecchia quello che io provo, il mio sentire e la mie emozioni e trovando l’altro in empatia con me ho creato un ponte e non sono solo. Un buon rispecchiamento non è una spiegazione logica dell’accadimento,  un “entro-sentire” nella distinzione che fa Edith Stein nel suo libro sull’empatia, ma  deve avere come base la partecipazione di tutto il mio essere. Per me l’empatia non ha niente a che fare con la lettura razionale  di dove è l’altro, ma ha a che fare con la compassione che può avvenire solo quando uno è un  individuo ben individuato e integro e partecipa dell’altro senza confondersi e quindi perdersi. E la qualità curativa dell’empatia o della compassione è l’amore.

E’ l’amore che ci libera dalla morte: A MORS.

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