Storie di vite intrecciate

Storie di vite intrecciate

Storie di vite intrecciate

Da dove partire con la mia storia, dal fatto che questa bambina l’ho attesa con impazienza per 4 anni, dal fatto che quando è arrivata, e solo quando è arrivata, mi sono accorta di essere completamente impreparata ad avere un figlio, dal fatto che di allattamento non ne sapevo praticamente niente, nonostante i libri ed opuscoli che avevo letto e nonostante avessi sentito parlare spesso di questa strana pratica, o meglio, che ad oggi risulta strana, ma che dovrebbe essere la cosa più naturale del mondo? Comincerò a parlare dal parto, cesareo purtroppo, la bambina si è messa in posizione podalica a partire dal quinto mese di gravidanza e da lì non si è più voluta muovere, nonostante tutti i tentativi fatti per farla girare:

1) sdraiarmi sul divano con il sedere leggermente sollevato

2) massaggiarmi la pancia invitando la bambina a girarsi

3) puntare una pila sul ventre suggerendo un movimento rotatorio

4) andare a fare le capriole in piscina e varie nuotate a testa in giù

5) dormire con la testa al posto dei piedi

6) sperimentare la pratica della moxa utilizzando sia il carboncino sia l’agopuntura; avevo anche tentato di convincere il mio ginecologo ad effettuare le manovre di versione, ma senza risultato; e così è stato cesareo… La bambina è nata in sala operatoria, me l’hanno fatta salutare subito dopo il parto, se di parto si può parlare, avvicinando il suo viso al mio e poi me l’hanno portata nella saletta “relax” due ore dopo per effettuare l’attaccamento precoce al seno, anche dopo un cesareo.

E’ stato un momento bellissimo, la bambina appena visto il mio seno si è attaccata con una voracità inaspettata come se sapesse già tutto su come fare, come se l’avesse fatto da anni, e facendomi intendere che ce ne sarebbero state delle belle. Mio marito era con me ed eravamo entrambi emozionatissimi e rilassati, sembravamo tre bambini che giocano. Poi me l’hanno portata via di nuovo e l’ho rivista nella mia stanza d’ospedale. Ho pochi ricordi del primo giorno passato con lei, è andato tutto bene, io ero abbastanza debilitata dal cesareo, ma la bambina è stata tranquilla e ha dormito quasi tutto il tempo, aveva poppato tre volte e si era riaddormentata. A me tre volte sembravano tante, ma subito la sera mia sorella al telefono mi diede la prima stangata “Guarda che tre volte sono poche! Giulia poppava anche 16 volte al giorno!”. Non so cosa avessi in quel periodo, ma quando qualcuno mi raccontava queste storie sconvolgenti, lasciatemi il termine, io non ci credevo o pensavo: “A me non succederà così! Queste sono le classiche vicende che succedono agli altri! A me andrà meglio!”.

Mai avrei potuto immaginare quello che sarebbe accaduto. Arrivò la sera e le infermiere vennero in camera per prendere la mia bambina dicendo: “Tu hai avuto un intervento oggi, quindi è meglio che ti riposi e che la bambina la teniamo noi al nido!”. “Come!”, pensai, “ho appena partorito e già me la portano via!” ed in mente avevo le aggiunte di glucosata, il ciuccetto passatempo dato in ogni occasione, e il mio latte che pian piano se ne andava: ero decisa, veramente decisa, ad allattare.

Avevo le flebo al braccio, il catetere, la pancia tagliata, e solo girarmi su un lato mi faceva male da morire, non riuscivo a scendere da sola dal letto e a volte non riuscivo nemmeno a girarmi su un fianco e ad aggrapparmi al maniglione sopra il mio letto perché troppo lontano, ma insistetti.

“No grazie, la bambina la tengo io, tanto sono abituata a svegliarmi ogni tre ore dalla gravidanza e non mi peserà farlo anche per lei”.

E così andò a finire che fino alle 3 del mattino non dormii mai, la bambina si svegliava spesso, l’attaccavo al seno e poi non riuscivo a rimetterla nel lettino perché mi era difficile girarmi su un fianco, per cui spesso mi trovavo a lanciarla con le forze che mi erano rimaste nella sua culletta di fianco al letto, con l’ovvio risultato di svegliarla per poi riprendermela tenendola per un braccio, incapace di afferrarla con entrambe le mani. Verso le tre stremata decisi di attaccarla al seno da sdraiata e di dormire ugualmente. Avevo visto quella posizione una volta sola da mia sorella con la sua bambina due anni fa e subito ne avevo intuito i vantaggi, lì in ospedale nessuno me l’aveva insegnata. Arrivò una infermiera e vedendomi così disse “Bene, bene, adesso avvolgo le lenzuola attorno alla bambina, in modo che non caschi, e tu continua a dormire!”.

Così feci per 15 minuti, dopo i quali mi sentivo tutta anchilosata, la pancia che mi faceva male e avevo l’estrema esigenza di cambiare posizione.

Così, alle 4 del mattino, presi la decisione di lasciare la bambina al nido, ma apostrofai le infermiere dicendo: “Non datele né aggiunte né il ciuccetto passatempo, mi raccomando!”. Dopo un’ora e mezzo me la riportarono dicendo: “Mi dispiace, ma il distacco lo sentono subito!”. Il giorno successivo la bambina mostrò subito quella che sarebbe stata la sua caratteristica dei primi mesi di vita: quella di non volersi mai staccare dal seno. Io per i primi due giorni la assecondai, ero nel mio letto che tentavo di riposarmi lasciando Maria (questo è il nome di mia figlia), attaccata al mio seno a dormire, quando arrivò un’ostetrica che guardandomi inorridita esclamò: “Ecco una bambina che usa il seno di sua madre come ciuccetto passatempo! Ma vuole scherzare signora, vuole diventare schiava di sua figlia e ridursi in quella maniera! Vuole che la bambina si abitui in quel modo!” Io terrorizzata le risposi: “No non voglio, ma è l’unico modo perchè dorma. “Ascolti me, prenda la bambina, la metta nel suo lettino, coperte strette, ciuccetto in bocca e se il latte non è ancora arrivato, le dia della glucosata e la lasci nella sua culla.” “Va bene!”, dissi, mi sentivo in quel momento liberata da un grosso peso, qualcuno finalmente mi stava dicendo esattamente cosa dovevo fare, e come risolvere quella situazione che anche a me sembrava un po’ al limite.

Così mise Maria nella sua culla con il ciuccetto, che dovetti farmi prestare perché non lo avevo nemmeno portato in Ospedale. Maria a due giorni di vita riusciva a toglierselo dalla bocca con le mani, visto che non c’era verso e che la bambina non dormiva, l’ostetrica mi dette un po’ di glucosata e dopo poco la piccola si addormentò. Poi disse: “Signora, non vorrei che domani le venissero le ragadi e che lei dicesse, io non allatto più, ha già i seni abbastanza irritati”. Il giorno dopo mi vennero le ragadi. Ero disperata, non appena attaccavo la bambina al seno il sangue mi usciva dai capezzoli e le si sporcava tutta la bocca, un po’ ne ingeriva anche. Provai prima un seno poi l’altro, ma alla fine erano entrambi KO.

Dovetti stare ferma per un giorno e mezzo, e così continuarono le aggiunte di glucosata e, mio malgrado, anche di latte artificiale. Ero proprio giù di morale, ma non mi sono mai data per vinta, anche le infermiere mi dicevano che sarebbe bastato continuare in futuro a proporre il seno prima delle aggiunte e mi sarebbe arrivato. Per farmi passare le ragadi ho passato quel giorno e mezzo distesa nel letto a sventolare il seno scoperto con un cartoncino per fargli prendere aria e ad ungerlo con olio alla vitamina E; avevo le crosticine di sangue ai capezzoli e ogni volta che attaccavo la bambina mi usciva del sangue.

Miracolosamente dopo un giorno e mezzo tolsi una crosticina, misi un po’ di olio e imperterrita attaccai la bambina al seno. Il sangue non uscì più e la bambina ricominciò a poppare. La sera, durante l’ultima poppata della giornata vidi la bambina che d’un tratto cambiò il ritmo della poppata e cominciò a farlo più lentamente: “E’ il segno che il latte è arrivato”, mi dissero.

La montata mi era quindi arrivata e al momento di uscire dall’ospedale scrissero nel libretto sanitario di Maria: “Allattamento esclusivo al seno”, per me era una grande vittoria e anche alcune infermiere si complimentarono con me per la mia tenacia. Ma i guai non sarebbero finiti lì. Nonostante tutto si fosse concluso per il meglio, arrivai a casa stremata, erano praticamente cinque giorni che non dormivo, ero stanca morta e anche molto agitata, non riuscivo ad avere un rapporto tranquillo con la bambina, ma la guardavo spesso con paura, sempre in ansia che la piccola si potesse svegliare da un momento all’altro e di non riuscire a riaddormentarla.

Arrivata a casa la allattai, si addormentò e la misi a dormire nella carrozzina per tentare di riposarmi un po’.

Ma la bambina aprì gli occhi e non voleva saperne di dormire, riuscii a farla stare tranquilla solo prendendo la cinghia del mio accappatoio e avvolgendola completamente in modo che non potesse muovere gambe e braccia. Funzionò, la bambina si mise a dormire, e io mi buttai a letto. Mio marito, tornato a casa vide quella scena e spaventato a morte se la prese in braccio la slegò e la svegliò nuovamente: non riusciva a vederla nemmeno con il bavaglino al collo per paura che si strozzasse, figuriamoci legata a quel modo! E così arrivò la sera.

Quella sera fu terribile io allattavo la bambina, la addormentavo, ma non appena la mettevo nel suo lettino apriva gli occhi, la riaddormentavo al seno, la mettevo giù, e lei apriva gli occhi, così fino alle cinque del mattino quando pensammo: questa bambina non sta mangiando abbastanza, e ci decidemmo a darle l’aggiunta.

Quella notte beve 80 grammi di latte e dormì tutta la mattina successiva. Un po’ riuscimmo a riposarci anche io e Filippo, ma io il giorno dopo ero a pezzi. Dopo tutti gli sforzi fatti ero tornata a dare le aggiunte, non mi davo pace. Sapevo che una volta intrapreso il “tunnel” delle aggiunte non sarebbe stato possibile tornare indietro e non sopportavo quell’idea. E poi non sapevo come dovevo comportarmi, quante volte dare il seno, quanto volte dare il latte artificiale, se c’erano degli orari da seguire, non avevamo ancora scelto il pediatra all’ULSS e non sapevo proprio a chi domandare. Così decisi di chiamare tutte le persone che conoscevo che avevano avuto un figlio e chiamai in ordine: mia sorella, la sorella di mio marito, varie mie amiche, le amiche delle amiche, chiamai un pediatra privato, e non mancarono le consulenti della Lega del latte.

Mi sentivo sola e nonostante mio marito mi fosse a fianco, entrambi sembravamo persi e non sapevamo cosa fare. Volevo allattare, ma ormai mi sembrava che il latte se ne stesse andando via del tutto e mi sono trovata più volte a dare aggiunte perché questa bambina sembrava avere sempre fame e non dormiva mai da sola senza il latte artificiale. Finché mi ricordai che l’ostetrica che mi aveva insegnato al corso pre-parto abitava vicina a e che ci conoscevamo. Così decisi di chiamare lei, che molto gentilmente mi venne a trovare a casa. Quando venne, controllò che la bambina si attaccasse bene al seno e poi mi chiese: “Tu vuoi veramente allattare?” “Si, risposi in modo deciso”.Allora devi fare così: ti metti davanti la televisione e tieni la bambina sempre attaccata al seno, anche ogni ora; non le dai aggiunte durante il giorno a meno di pianti disperati, e dai un’aggiunta solo la sera, così fai dormire lei e dormi anche tu. Fai così per tre giorni, poi se vuoi la porti al nido in ospedale e controlliamo il peso”. Così feci per tre giorni, la bambina attaccata al seno era tranquilla, mangiava, dormiva.., non capivo bene cosa facesse, fatto sta che quando la staccavo apriva gli occhi e quindi un po’ per farla mangiare, un po’ per farla dormire la tenni tutto il giorno attaccata al seno e con tutto il giorno, intendo tutto il giorno.

La sera davamo l’aggiunta, senza usare il biberon ma con il DAS (Dispositivo di Allattamento Supplementare) consigliatomi da un’amica e dopo vari tentativi finalmente cadeva addormentata e dormiva praticamente tutta la notte. Al controllo in ospedale trovammo una pediatra veramente in gamba, la bambina era cresciuta di 70 grammi in una settimana, la pediatra mi disse: “La bambina è cresciuta poco, ma è cresciuta, sicuramente non poteva aumentare in questo modo solo con le aggiunte che le ha dato, quindi lei è sulla buona strada, continui così, la bambina ce la farà, dipende solo dalla sua capacità di assecondarla, sono cuccioli, hanno bisogno di stare attaccati al seno della mamma, come le mamme gatte con i loro piccoli. E’ un peccato che lei sprechi la possibilità di allattare proprio adesso che ha partorito da poco. Continui come ha fatto per un’altra settimana e vedrà che il latte arriverà”.

Così feci, fu un’altra settimana da incubo. Praticamente non esistevo più come individuo singolo, ma solo come nutrimento per mia figlia. Lei era diventata la mia appendice, mangiavo con lei attaccata, andavo in bagno con la bimba attaccata, fare la doccia era diventato un problema, ma non volevo mollare, io da piccola non ero stata allattata e mi sembrava di avere perso un grande privilegio. Le persone che mi venivano a trovare mi trovavano sempre nella stessa posizione, nella poltrona in cucina o nel divano con la bambina attaccata al seno. Ero circondata da beveroni di ogni tipo, the, tisane al finocchio, e prendevo una montagna di integratori, tiglio e biancospino per tenermi calma, vitamine e ricostituenti per darmi energia, sostanze per aumentare la produzione di latte come la galega. Al mattino mi alzavo e mettevo in fila sul tavolo tutte le boccette dei “medicinali”, un po’ di acqua e giù una alla volta. Ad un certo punto tenere la bambina in braccio aveva cominciato a farmi male la pancia e quindi appena potevo mi sdraiavo per allattare e passavo quasi intere giornate distesa.

Ero comunque fisicamente e psicologicamente sfinita, attaccavo la bambina al seno ma mi pareva che non deglutisse mai e che alla fine della giornata non avesse mangiato niente, non vedevo l’ora che arrivasse la sera per dare l’aggiunta e finalmente metterla a letto, ma nonostante il latte che le davamo ci mettevo ore per cullarla e perché si addormentasse, ricordo che davamo l’aggiunta alla otto della sera e fino alle undici/mezzanotte non c’era verso di farla dormire, io continuavo su e giù per il corridoio per farle chiudere gli occhi con scarsi risultati, oppure quando sembrava addormentata la mettevo nel lettino e si risvegliava finchè finalmente non si addormentava nella sua culletta. Io ero stremata e dopo un po’ di sera ero talmente agitata dal non vederla mai dormire che non riuscivo più ad addormentarmi, avevo cominciato a passare notti insonni anche se la bambina dormiva qualche ora. Poi anche le aggiunte servivano sempre meno, la bambina si svegliava lo stesso dopo 2-3 ore.

Dall’agitazione mi era cominciata la tachicardia che sentivo molto forte quando mi stendevo a letto e che mi impediva di prendere sonno. Una sera, nonostante tutto, decisi di allattare anche la notte e di eliminare l’aggiunta della sera e feci così. Ero davanti alla televisione, mi sentivo stanca e decisi di stendermi per allattare, lei si addormentò e miracolosamente anch’io. Dopo un ora mi svegliai, mio marito era accanto a noi che guardava le televisione e gli dissi: “Filippo, io vado a letto, ti lascio la bambina, quando si sveglia me la porti”.

La bambina si svegliò a mezzanotte io era a letto che dormivo, mio marito me la portò e io non pensai nemmeno di metterla nella sua culla, la attaccai al seno e mi riaddormentai, così fece anche lei. La notte andò avanti così: la bambina si svegliava ogni una-due ore, io la giravo dall’altro fianco la attaccavo al seno mi riaddormentavo, e lei si riaddormentava, ci svegliammo definitivamente entrambe alla nove del mattino: io avevo dormito 12 ore ed allattato tutta la notte senza dare aggiunte, non mi pareva vero, mi sentivo anche riposata.

Da quel giorno non ho più dato aggiunte. Ma non sarebbe finita qui.

Orgogliosa di questo risultato mi rilassai e cominciai ad allungare le poppate, a smettere gli integratori per il latte, e cominciai a proporre il ciuccetto alla bambina: funzionava, la piccola passava anche 4 ore di seguito senza mai voler poppare.

Avevo cominciato pesare la bambina ogni mattina, le cose andavano bene, la bambina cresceva di 30-40 grammi al giorno, avevo trovato la tecnica di addormentarla al seno e partire per una passeggiata in modo da farla dormire, funzionava, appena tornavo a casa si svegliava e la attaccavo nuovamente al seno, ma almeno il fatto di uscire a passeggiare mi rilassava molto. Poi ad un certo punto le cose ricominciarono ad andare male, per due settimane la bambina era cresciuta di soli 200 gr e notavo che dormiva meno e che quando si attaccava al seno sembrava non deglutire più come faceva prima. In quei giorni io e mio marito avevamo una ragazza che veniva in casa a farci i lavori e a tenere un po’ la bambina (io non riuscivo a fare niente, a malapena a farmi una doccia) e anche lei mi disse che il mio latte non era abbastanza grasso e che la bambina aveva bisogno di una aggiunta di latte. Mi sentivo di nuovo a terra, mi avevano insegnato a non fare la doppia pesata, ma anche se la facevo la bilancia era talmente imprecisa che non sapevo mai esattamente quanto effettivamente avesse poppato, poi c’era un’altra grande questione di fondo: se la bimba non poppa perché non ha fame (era attaccata tutto il giorno al mio seno), che senso aveva fare la doppia pesata? Sentii la pediatra che mi consigliò di prendere un farmaco per una settimana, per fare riattivare il latte.

Funzionò, i seni mi cominciarono a diventare duri e il latte a prodursi in quantità, ma appena smettevo il farmaco tornavo alla situazione di prima e per più di una settimana, secondo le indicazioni del pediatra, non avrei potuto continuare a prenderlo. La cosa che più mi scocciava in questo timore di non avere il latte era il fatto di non potere muovermi di casa, quando sentivo che il latte era poco passavo le giornate a casa tenendo la bimba sempre attaccata e mi scocciava uscire o ricevere persone perché il loro giudizio sarebbe stato sempre lo stesso: dai l’aggiunta a questa povera bambina, vuoi farla morir di fame, stai facendo uno sforzo inutile, il biberon risolverebbe tutti i tuoi problemi. Un grosso supporto per me sono stati mio marito e mia sorella. Loro mi hanno sempre dato fiducia, mi hanno sempre detto che di latte ne avevo, che era una mia idea il fatto di non averne abbastanza.

Alla sera andavo a letto e dicevo a mio marito “Filippo, io domani dò l’aggiunta, non è vita restare tutto il giorno attaccata alla bambina, non poter organizzare una gita, uno svago di qualsiasi tipo, io non ce la faccio più”. Poi pensavo alle notti, la bambina si svegliava spesso di notte e l’idea di dovermi alzare per fare il biberon e cullarla per riaddormentarla mi terrorizzava, in fondo almeno con il seno riuscivo a farla riaddormentare in fretta senza alzarmi. Dopo vari pensieri decisi di andare in erboristeria e di assumere galatto per aumentare la produzione di latte. L’erborista mi disse che non aveva controindicazioni e che potevo prenderlo fin quando avessi voluto.

Decisi anche di non dare più il ciuccetto passatempo alla bambina per non confondere l’istinto di suzione. Così feci e dopo una settimana le cose ricominciarono ad andare meglio, il latte mi tornò più abbondante e soprattutto la bambina cominciò mangiare più in fretta, non servivano più 40 minuti come faceva all’inizio. Pian piano la situazione si regolarizzò, continuavo a poppare ogni 2 ore, ma in 5 minuti aveva finito di mangiare, abbandonai l’idea di metterla in culla e la sera andavo a letto con lei alle 8.30 – 900, almeno avrei riposato anch’io, anche se i risvegli continuavano ad essere frequenti. Per essere sicura ho continuato a pesare la bambina ogni giorno, cresceva a volte anche di 100 grammi. Ricordo ancora quanto spesi per il noleggio della bilancia, 60 euro, il che voleva dire averla pesata ogni giorno per 4 mesi.

Quando finalmente mi decisi a riconsegnarla in farmacia fu un passo importante verso la fine di questa disavventura. Da lì in poi la paura di non avere latte mi passò e la bambina continuò a stare bene e a crescere. A sei mesi gattonava all’indietro e a sette e mezzo in avanti. Adesso ha 8 mesi, la sto svezzando con molta calma, mangia ancora prevalentemente da me e dopo quasi sette mesi di risvegli ogni 1-2 ore, adesso sono scesi a 2 per notte. La bambina ha imparato a fare ciao ciao con la manina e a battere le mani se qualcuno le dice brava, anzi, da quando ha imparato a battere le mani ciao ciao non lo fa più.

Al sabato mattina andiamo in piscina, è brava a nuotare e ogni volta tenta di bere l’acqua tossendo poi, sempre, inevitabilmente. D’altra parte questo è l’unico modo per bere che ha imparato, il biberon nemmeno lo conosce, l’ho lavato e messo via, ho troppi brutti ricordi legati a quell’aggeggio, penso che ormai non glielo darò più. Maria beve l’acqua dal bicchiere.

Non so dire quante poppate fa tutt’ora al giorno, non le conto, come non conto i baci che le dò ogni giorno, e poi quando si attacca non so precisamente se lo faccia per mangiare o per coccolarsi, in ognuno dei due casi non penso che le possa fare male. Per quanto vuoi allattare ancora mi chiedono ogni tanto “Ad libitum sfumando” rispondo, come un canto gregoriano che si sussurra pian piano nel finale.

A volte mi alzo al mattino e mi chiedo quante volte la bambina si sia veramente svegliata di notte, in realtà non lo so con precisione perché mi capita di girarmi su un fianco e attaccare la bambina al seno nel dormiveglia ed al mattino non ho la piena cognizione di quello che è successo di notte. La bambina adesso non dorme tantissimo di giorno, fa tre sonnellini di tre quarti d’ora/un’ora: uno al mattino e due al pomeriggio, due da sola in culla o nel passeggino e uno (quello dopo pranzo) in braccio a me attaccata al seno, mentre guardo la televisione.

Probabilmente potrei farla dormire da sola in culla anche in quel momento, ma è una abitudine che io per prima ho voglia di mantenere, ci sarà tempo per il distacco …quando dovrò tornare a lavorare… quando lei vorrà andare per la sua strada…

Già penso a quel momento “Ciao ciao Maria!!” Lei mi guarda ci pensa un po’, poi batte le mani, ancora non ci siamo…

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